L'industria conciaria sostiene da tempo che le pelli grezze, essendo un sottoprodotto, non dovrebbero gravarsi di alcun onere ambientale proveniente dall'allevamento del bestiame. Questo è il concetto di allocazione zero.
Cosa c'è in gioco con l'allocazione zero? È in atto da qualche tempo un dibattito in merito alla determinazione dell'impronta di carbonio dei sottoprodotti animali. Due parti si oppongono l'una all'altra.
Una parte, che comprende i macelli, è convinta che le emissioni di carbonio causate da una mucca durante la sua vita debbano essere ripartite tra carne, latte e anche tutti i sottoprodotti.
Per le pelli, questo si traduce in un carico di anidride carbonica (CO2) derivato dall'agricoltura, che viene aggiunto a quello relativo al processo conciario. Cio produrrebbe un notevole svantaggio ai sottoprodotti animali rispetto, per esempio, ai prodotti sintetici.
L'altra parte, che comprende anche i conciatori, sostiene l'allocazione zero. Questo significa che solo i prodotti per i quali l'animale è stato effettivamente allevato, cioè la carne e il latte, dovrebbero sostenere il carico di CO2 dell'allevamento. A differenza dei prodotti primari dell'allevamento, la carne e il latte, i sottoprodotti come le pelli non sempre possono essere ulteriormente lavorati (ad esempio perché l'impronta di carbonio è troppo elevata), e diventano rifiuti. Nelle crisi del 2008 e del 2020, questo è successo con un gran numero di pelli.
Se tutte le pelli grezze prodotte a livello mondiale venissero conferite in discarica, il loro smaltimento creerebbe una significativa CO2 aggiuntiva, pari a circa 5 milioni di tonnellate di gas climatici nocivi.
Secondo il convertitore US di emissioni EPA, ciò corrisponde alle emissioni annuali di 1.087.400 automobili di medie dimensioni.
Un bel risparmio! Non sprechiamo questa risorsa, usiamola!

edito da COTANCE (Confederazione europea dellindustria conciaria)