Riunitisi in Consiglio Generale lo scorso 31 agosto, i conciatori italiani hanno dichiarato di fronteggiare una situazione contraddistinta da difficoltà tali da portare alla sospensione (se non alla cessazione definitiva) delle attività produttive del settore.

“Vediamo vanificati i nostri sforzi per superare il periodo dell’emergenza sanitaria e oggi sono realmente a rischio la competitività e la sopravvivenza stessa di molte fra le 1.100 aziende del comparto” scrive il Presidente UNIC – Fabrizio Nuti in una nota diffusa il 6 settembre.
La conceria in Italia dà lavoro a 18 mila persone, senza considerare l’indotto, e la salvaguardia dell’occupazione è sempre stata una sua priorità, come dimostrato anche durante la pandemia. Si tratta di 18 mila famiglie che fanno affidamento sulle concerie nazionali per il proprio sostentamento economico.
“A fine giugno,” continua Nuti “chiedevo una solidarietà di filiera, che permettesse alle concerie di adeguare i propri listini al boom inflazionistico in atto ormai da mesi. Si trattava e si tratta di una reale necessità. Non è più possibile per le aziende sostenere aumenti che non riguardano solo gli extra costi delle materie energetiche, ormai del tutto fuori controllo e con dinamiche tali da rendere quasi impossibile fare bilanci e strategie future, ma quasi tutti i principali costi di gestione di una conceria”.
L’Ufficio Studi di UNIC ha calcolato che, ad oggi, senza considerare le fluttuazioni dei prezzi d’acquisto della principale materia prima conciaria (cioè la pelle grezza o semilavorata da cui inizia il processo di trasformazione), il costo complessivo di produzione di una pelle finita in Italia è già mediamente aumentato del 12,1% a metro quadro rispetto all’anno passato, a causa dei fortissimi rialzi della spesa unitaria per l’energia (+360% per gas e elettricità), depurazione acque (+42%), prodotti chimici (+31%) e lavorazione conto terzi (+24%). Inoltre, se le attuali tendenze di costo dei suddetti fattori dovessero continuare anche nelle prossime settimane,  si prevede un ulteriore incremento medio totale pari al 5,5% tra 3 mesi, a fine anno.
Il settore ha, da sempre, solide basi nel nostro Paese, ha sviluppato una capacità di resilienza notevole, ma questo non basta, anche perché per mantenere leadership e credibilità deve continuare a fare in modo che la “sostenibilità”, quella vera, praticata nei fatti e non solo a parole, resti un requisito fondamentale della propria attività e per questo servono continui investimenti in ricerca e formazione.
“La domanda di mercato, che nei primi mesi dell’anno era stata soddisfacente, ha rallentato in maniera preoccupante e moltissime aziende dichiarano di lavorare in perdita. Ma quanto potranno durare in queste condizioni? Mai come ora il futuro è totalmente un’incognita e mai come ora, per affrontarlo e superarlo, c’è bisogno di una forte presa di coscienza e di uno sforzo congiunto da parte di tutti, imprese e istituzioni” conclude il presidente UNIC.