Un altro passo avanti sulla strada della sostenibilità all’insegna della concretezza. Parliamo della possibilità di certificare la biodegradabilità e la compostabilità della pelle, una novità tutta italiana che sta suscitando un forte interesse nel settore e nel mondo della moda in generale. A sviluppare la metodologia per l’iter di certificazione è stata Techa, società nata per industrializzare le innovazioni di prodotto e processo derivate dalla ricerca di Archa, gruppo madre attivo da trent’anni nella ricerca e nell’attività di analisi di laboratorio.
Rispondendo ad una crescente domanda del mercato conciario e forte dell’esperienza già maturata nel settore delle plastiche, Techa ha lavorato più di un anno per mettere a punto un apposito ‘Disciplinare Tecnico’ che permette di fare chiarezza tra le molteplici informazioni disponibili sul mercato sulle caratteristiche e prestazioni ambientali di un prodotto. Se un prodotto, in pelle o cuoio, è in grado di superare i test previsti dal protocollo ed il relativo processo produttivo ha determinate caratteristiche di sostenibilità, tale prodotto potrà utilizzare il marchio “Biodegradable Leather”.
Ne parliamo con la dottoressa Fabrizia Turchi, AD di Archa, responsabile delle certificazioni. Come siete arrivati a questo risultato? “Siamo uno dei pochi laboratori al mondo accreditati per certificare la biodegradabilità delle plastiche – spiega Turchi – Partendo da questa esperienza e dalle tecnologie specifiche di cui disponiamo nei nostri laboratori, abbiamo voluto dare una risposta ad una domanda crescente del mondo della moda sviluppando una metodologia specifica per certificare la biodegradabilità della pelle. Ci abbiamo messo più di un anno perché, come è possibile immaginare, si tratta di test lunghi e complessi e la normativa in materia è ancora scarsa. Il nostro protocollo è poi stato validato dal Dipartimento di Chimica Industriale dell’Università di Pisa”.
Quali sono i requisiti minimi che le pelli devono avere per affrontare i vostri test? “Per ovvie ragioni questo iter di certificazione può riguardare solo alcune specifiche tipologie, ovvero le pelli conciate con sistemi metal free e quelle a concia vegetale. La pelle al cromo è esclusa perché il suo contenuto di cromo totale supera i limiti normativi previsti per la possibile destinazione al processo di compostaggio industriale” spiega Turchi.
Dopo il superamento dei test e le analisi effettuate da Techa, per completare l’iter di certificazione interviene un ente terzo, Certiquality, che effettua un audit finale dell’azienda. Una conceria toscana ha già ottenuto la certificazione Biodegradable Leather e altre sono in dirittura d’arrivo.
I marchi che possono essere concessi sono di due tipi: il Green Label (bollino verde) certifica la biodegradabilità della pelle o del cuoio in impianti di compostaggio industriale, il Blue Label (bollino blu) certifica la biodegradabilità in acque reflue destinate agli impianti di depurazione. Questo tipo di certificazione peraltro non interessa solo le concerie. “C’è molto interesse anche da parte dei produttori di ausiliari chimici che mettono a punto l’articolo in pelle e vogliono pubblicizzare il fatto che la loro linea è funzionale ad ottenere un articolo biodegradabile” racconta Turchi.
Dopo essersi occupata di certificare la sostenibilità del prodotto, Techa sta ora lavorando per migliorare anche quella di processo attraverso lo sviluppo di una rete di sensoristica ambientale in grado di misurare il carico inquinante di scarichi ed emissioni e quindi controllare la sostenibilità del processo. “In questo modo riusciamo a monitorare in tempo reale quello che succede in conceria. Il set di sensori, che viene personalizzato per ogni singola conceria, è uno strumento di Industria 4.0 che dà una lettura di quello che succede durante il ciclo di lavorazione, offrendo la possibilità di controllare il processo in corso e intervenire subito in caso di problemi” conclude Turchi.

I laboratori di Techa