Nel contesto generale della valutazione di impatto ambientale del ciclo di vita di un prodotto, la biodegradabilità è una caratteristica importante che spesso viene presa in considerazione nel giudicare l’accettabilità ecologica del materiale, in particolare nella fase della sua eliminazione e smaltimento. In questi ultimi tempi, anche nel campo del cuoio tale caratteristica viene sempre più spesso citata, ma non concretamente misurata, per meglio valorizzare un più agevole smaltimento o riciclabilità delle pelli conciate con sistemi alternativi al cromo. Da qui, l’esigenza di uno studio che anzitutto mettesse a punto un metodo di prova adeguato al cuoio; e, poi, confrontasse la biodegradabilità di una pelle conciata al cromo con quella di pelli conciate con sistemi alternativi (white-wet e metal-free). Il lavoro è stato svolto in seno alla Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli e delle Materie Concianti, in collaborazione con il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi Federico II di Napoli, sotto il coordinamento generale del dottor Biagio Naviglio. Il quale, nella sua attività di ricerca, è partito da un dato di fatto, come ha spiegato al Convegno nazionale AICC, dove ha presentato questo lavoro: «Tutti parlano di biodegradabilità. Ma in letteratura scientifica non si trovano numeri che ci indichino quale sia il grado di biodegradabilità. Allora noi abbiamo cercato di rappresentare la biodegradabilità dei cuoi con metodi standardizzati».

Un prezioso “operatore ecologico”

La misura della biodegradabilità, nell’ottica dello smaltimento dei rifiuti, consente di valutare l’impatto degli stessi sull’ambiente. Nell’ambito del ciclo di vita del prodotto, la biodegradabilità può essere considerata come un “operatore ecologico”, cioè una caratteristica utile per la qualificare il prodotto dal punto di vista ambientale, soprattutto nella fase di eliminazione e smaltimento. Perché un prodotto biodegradabile consente un minor accumulo nell’ambiente. Questa visione sul lungo periodo permette di superare un’apparente contraddizione: che senso ha parlare di biodegradabilità, quando la concia si prefigge lo scopo contrario, quello di rendere la pelle imputrescibile, cioè meno biodegradabile? In realtà, non è un’incongruenza, perché è importante predire la capacità di deterioramento dei materiali e saperne valutare l’impatto sull’ambiente.

L’azione dei microrganismi

Possiamo definire la “biodegradabilità” come la caratteristica delle sostanze e dei materiali di essere assimilati dai microorganismi e di essere così immessi nei cicli naturali. In altre parole, è la tendenza di un materiale a essere convertito in anidride carbonica grazie ai microorganismi. Quando il processo avviene in presenza di aria, la degradazione biologica viene detta “aerobica” e la sostanza organica produce anidride carbonica; invece, in assenza di aria (cioè degradazione “anaerobica”), c’è rilascio di anidride carbonica e metano.

Indagine in corso

È proprio sull’analisi dell’anidride carbonica sviluppata che si basa il metodo di misurazione più utilizzato, la norma UNI EN 14046. Dal punto di vista meramente operativo, la valutazione della biodegradabilità aerobica dei materiali di imballaggio nelle condizioni controllate di compostaggio si attua con reattori all’interno dei quali vengono messi: in uno, compost e pelle in un dato rapporto (6 a 1); in un altro, solo compost; e nel terzo, compost e la sostanza di riferimento (cellulosa). La temperatura è regolata intorno ai 58°C; le condizioni sono aerobiche, cioè in forte presenza d’aria; e la durata della prova è fissata in sei mesi, con misurazione una volta ogni due giorni della CO2 rilasciata. Oggetti dell’indagine pelli bovine (groppone), una finita conciata al cromo, una finita wet-white e una finita con sostanza organica di ultima generazione.

Tre momenti caratteristici

Per quanto riguarda le analisi microscopiche e merceologiche, il campione al cromo presenta un disegno del fiore ben visibile e uniforme e al tatto risulta molto pieno e morbido; nella lavorazione wet-white, il disegno del fiore è meno evidente e la pelle appare un po’ svuotata e rigonfia, anche se, nel complesso, risulta avere una mano accettabile; infine, l’ultimo campione, quello con sostanza organica, denota un disegno del fiore poco evidente e appiattito e risulta lievemente secco al tatto. Dopo due mesi e mezzo, il cuoio al cromo registra un grado di biodegrabilità del 45%; valore che sale all’81% nel cuoio wet-white e all’84% per il cuoio conciato organico. Riportata in grafico, l’indagine evidenzia tre momenti caratteristici, anche se con intervalli temporali differenti, in dipendenza delle proprietà intrinseche dei campioni: a una prima fase di “adattamento”, con biodegradazione assente o molto lenta, segue un periodo relativamente veloce di biodegradazione esponenziale, che, da ultimo, va a esaurirsi nel raggiungimento di una fase stazionaria.

Analisi dei risultati

In conclusione, si può vedere che il cuoio conciato al cromo presenta una percentuale di biodegradabilità più bassa rispetto agli altri due campioni esaminati. La lavorazione che, al contrario, evidenzia il maggior valore di biodegradabilità (84%) è quella metal free. Ma il risultato più palese è che nessun campione raggiunge il livello minimo di biodegradazione del 90% nei tempi stabiliti dalla norma presa come riferimento. A completezza, bisogna ricordare che precedenti indagini avevano dimostrato che il cuoio al vegetale presenta un valore di biodegradabilità di poco inferiore al 70%; e quindi più basso di quello riscontrato per i cuoi wet-white e concia organica.