Secondo recenti studi l’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo ma sono sempre di più le aziende che adottano sistemi produttivi all’insegna della Responsabilità sociale d’impresa (CSR) che in breve significa la riduzione dell’impatto ambientale e il rispetto della salute e dei diritti dei lavoratori. Allo stesso modo la pelle è sottoposta a continui attacchi da parte di animalisti e ambientalisti che ne contestano la sostenibilità. In realtà, come gli addetti ai lavori sanno bene, la pelle è un materiale sostenibile per eccellenza utilizzando come materia prima uno scarto dell’industria alimentare. Ma come si può contrastare tutte queste accuse e migliorare l’immagine del settore pelle-moda presso il consumatore finale? Prima di tutto occorre far emergere le best practices già in atto fra i top players del settore. Di questo e molto altro si è parlato al primo “Sustainable Leather Forum – Towards a news vision for a responsible supply chain” svoltosi a Parigi il 16 settembre scorso su iniziativa del Conseil National du Cuir, la federazione che riunisce i settori della pelle francesi. Regista e anima dell’evento Yves Morin, che ha messo in piedi un convegno di prim’ordine a cui hanno partecipato le più grandi griffe di moda francesi, istituzioni francesi ed europee, insieme a ricercatori, conciatori, trader di pelli, produttori di calzature, pelletteria e distributori. Tutti accomunati nello sforzo di fare del settore moda e della pelle un esempio di produzione etica e rispettosa dell’ambiente.
Ben 270 le presenze in sala, 31 gli speakers che si sono avvicendati al microfono, più tre tavole rotonde che hanno messo a confronto i relatori sui temi caldi della Responsabilità sociale e dell’impatto ambientale.
Il convegno è stato aperto dal segretario di stato del Ministero dell’economia francese Agnès Pannier- Runacher e dal funzionario della Commissione Europea Anna Athanasopoulou che hanno illustrato il quadro normativo e incoraggiato il settore a portare avanti il cambiamento promettendo il pieno sostegno delle autorità pubbliche. La parola è quindi passata ai numerosi relatori, tra cui gli esponenti dei grandi gruppi del lusso senz’altro i più attesi.
Christelle Capdupuy, Global Sustainable Development Director di Louis Vuitton, ha dichiarato che la griffe è impegnata da anni sui temi della Responsabilità Sociale e della sostenibilità ambientale e punta ad essere un esempio per tutti gli altri attori del sistema moda. Grande attenzione è posta sulla ricerca dei materiali meno impattanti e sulla selezione di fornitori certificati. Ma si va anche oltre: “Oggi l’obiettivo è quello di ridurre la carbon footprint attraverso lo studio preliminare del ciclo di vita (LCA) dei singoli prodotti” ha dichiarato Capdupuy.
Dal canto suo Marie-Claire Daveu, responsabile della sostenibilità del gruppo Kering (che ricordiamo vanta fra i suoi marchi Gucci, Bottega Veneta, YSL, Balenciaga, etc.), ha riferito di un ‘tool’ molto sofisticato sviluppato dal gruppo al suo interno proprio per misurare l’impronta ambientale dei prodotti lungo tutta la supply chain, dimostrando con questo importante investimento quanto l’argomento della responsabilità sociale di impresa sia una priorità per il gruppo, anche in considerazione della maggior sensibilità dei consumatori più giovani. “Abbiamo visto che le materie prime incidono sull’impatto ambientale del prodotto per ben il 35%. Ecco perché stiamo lavorando con le nostre concerie per sviluppare sistemi di concia meno impattanti” ha dichiarato Daveu.
Diverso l’approccio di una griffe esclusiva come Hermès. Emmanuel Pommier, managing director delle attività artigianali, ha spiegato come la filosofia di fondo in questo caso sia incentrata sul “make local” ovvero realizzare la produzione in fabbriche molto artigianali (16 sparse in tutta la Francia) situate in piccole città che danno lavoro a intere comunità. Tra i punti chiave della strategia ambientale: il pieno controllo del consumo di energia e tecnologie innovative per ridurre l’impronta di carbonio degli impianti produttivi. “Crediamo nella pelle perché è un materiale moderno e rinnovabile”.
Tra gli speaker anche Egbert Dikkers, presidente di Leather Naturally, l’associazione internazionale per la promozione della pelle, che ha esortato i produttori di lusso a fare di più: “I marchi possono guidare il cambiamento: comprate la pelle da produttori certificati e investite di più nella formazione dei vostri addetti. Più in generale, bisogna educare i consumatori sul valore della pelle e fare chiarezza sull’ambiguità di tanti termini in uso nel settore della moda, a partire da diciture assurde come quella di vegan leather”.
Tra i tanti argomenti del convegno, anche la lotta alla deforestazione. Rafael Andrade, responsabile dell’associazione conciaria brasiliana CICB, ha voluto chiarire l’infondatezza delle accuse rivolte al settore riguardo ai recenti incendi in Amazzonia, che hanno visto alcuni brand bloccare l’acquisto di pelli brasiliane. Andrade ha spiegato il forte impegno delle concerie brasiliane nei confronti dell’ambiente, che al contrario rappresentano un presidio di legalità rispetto a chi sfrutta le risorse ambientali. Le concerie brasiliane sono aziende che difendono il territorio e in molti casi hanno ottenuto la certificazione ambientale e seguono una precisa roadmap per migliorare il loro livello di sostenibilità. Di Brasile ha parlato anche Mauricio Bauer della Natural Wildlife Federation, un’importante ONG brasiliana che sta collaborando proprio con l’industria conciaria per favorire nuovi sistemi di tracciabilità delle pelli che possano favorire una reale trasparenza.
Del benessere degli animali ha parlato David Grangeré di Bigard Group, un grande gruppo francese di produzione della carne, che ha riferito come le aziende debbano attenersi alle severe normative francesi ed europee al riguardo. Di rispetto dei lavoratori ha parlato Nicholas Butler di Covico che ha riferito di una ricerca svolta in collaborazione con il centro di ricerca francese della calzatura (CTC) per dotare i lavoratori di dispositivi che li aiutino nel sollevare carichi pesanti, come sono a volte le pelli, a partire da un esoscheletro che si indossa per alleviare la fatica.
Il direttore generale delle Tanneries Haas, Jean-Cristophe Muller, ha raccontato di come nella sua conceria stiano implementando un sistema di tracciabilità sviluppato proprio dal CTC e che comporta la marchiatura laser delle pelli all’interno degli impianti di abbattimento.
Gustavo Gonzalez Quijano, segretario generale di Cotance, la federazione che riunisce le associazioni conciarie europee, ha ricordato le nuove regole europee per misurare la carbon footprint delle pelli conciate a partire da una materia prima, la pelle grezza, la cui impronta ambientale è zero.
L’ultima parola ai distributori, anche loro sempre più attenti alla scelta dei fornitori per evitare passi falsi, come ha spiegato Francisco Valente della Decathlon, che ha riferito di severe procedure per la selezione dei produttori e di un impegno globale sul tema della sostenibilità, dimostrato anche dal fatto che oggi sono ben 25 le persone che lavorano sui temi ambientali e della tracciabilità all’interno del gruppo.

Nelle immagini, due momenti delle tavole rotonde del Forum